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LA CRISI HA LIBERATO IL FUTURO (e la Politica)
Inserito il 12 maggio 2009 alle 16:51:33 da Rodolfo Ricci.

LA CRISI HA LIBERATO IL FUTURO (e la Politica)


Il capitalismo è una colossale impalcatura estetica che rastrella e concentra risorse. La concentrazione di risorse date, concrete ed attuali (non dei capitalisti, ma di tutti), consente, come sappiamo, investimenti colossali che debbono produrre profitti. Questa funzione è realizzata storicamente dalle banche che sono lo strumento tecnico o i luoghi del rastrellamento e della concentrazione di risorse.

La concentrazione di risorse finanziarie date (risorse di denaro e altri titoli rappresentivi di entità fisiche o immateriali, ma a cui viene attribuito valore di scambio), prelevate (o estorte mediante sofisticati strumenti psico-sociali) alla collettività dei produttori è sufficiente a svolgere la funzione di leva dello sviluppo del capitalismo (cioè delle produzione di profitto) fino ad una soglia. Oltre questa soglia, per assicurare la sua progressiva e successiva riproduzione, (cioè la perpetuazione di profitto “ragionevole”) diventa necessario ed indispensabile il prodursi di ulteriori opportunità di rastrellamento e concentrazione di capitali finanziari: se non è più sufficiente la somma della quantità dei valori dati ed attuali, si procede alla creazione e quindi all'accaparramento del capitale futuro. Si aggredisce cioè il tempo, ben oltre il meccanismo del tasso di interesse; si aggredisce effettivamente il capitale futuro e lo si sdogana nel presente come valore riconoscibile, condiviso e quindi effettivamente disponibile.

Il capitalismo traguarda cioè una soglia mistica: dal capitale come sistema di produzione di merci su grande scala attraverso la concentrazione e lo sfruttamento del lavoro salariato, passando per il capitale come valorizzazione del lavoro immateriale di intere generazioni, incorporato nella scienza e nella tecnologia e poi al capitale come "puro spirito" in cui si espropria e si valorizza l'intelligenza umana singola e collettiva come fattore del proprio sviluppo, si arriva alla fase definitiva in cui è necessario aggredire il tempo stesso, cioè il contesto e l'involucro del suo riprodursi.

Ecco l'economia cancerosa dei Derivati. Il turbocapitalismo. E’ una questione di velocità; una sorta di fast food universale in cui tutto viene usato e digerito a velocità crescente dal grande Leviatano.

Il neoliberismo, con la sua ideologia, è la condizione culturale che giustifica storicamente l’appropriazione indefinita e massima di tutte le risorse e i fattori produttivi, compreso il tempo, cioè delle risorse e fattori produttivi futuri, del capitale futuro, cioè del futuro vero e proprio, come massima velocità praticabile ed estensione possibile del complesso dei fattori.

I diversi meccanismi storici di rastrellamento e accumulazione (che sono tutti comunque in diversa misura compresenti) sfociano nella finanziarizzazione indeterminata del processo produttivo, al punto che l’appropriazione progressiva di futuro costituisce e diventa di per sé, ragione e condizione indispensabile per garantire la permanenza del meccanismo della redditività, cioè dell’accumulazione di profitto. L’economia "reale" (progressivamente diluita di importanza già nelle fasi precedenti), diventa del tutto ancellare e secondaria, non perchè non abbia ancora una fondamentale ed ovvia funzione riproduttiva, ma perchè la sua capacità di valorizzazione è confinata alla fisicità, alla fisiologia degli esseri, alla tempistica del biologico, tempi che risultano troppo lenti rispetto alla voracità mistica del neoliberismo. Il suo incedere, il suo sviluppo è algebrico e non geometrico. La lentezza non paga (slow food), non rende.

Ci si presenta qui un’inversione del senso comune: nel tempo neoliberista, contrariamente a quanto alcuni danno ad intendere, è il meccanismo di proliferazione della finanza a costituire il volano di sostegno e manutenzione dello sviluppo dell’”economia reale” che, infatti, deve per forza registrare una crescita esponenziale dei beni superflui ed “orientati al mercato”, non ai concreti fabbisogni degli individui o dei paesi: produzione orientata dalle tecniche di marketing sui sogni / paranoie / incubi dei consumatori.
L'"economia reale" del tempo neoliberista è l'economica superflua, densa di rifiuti e dispendiosa delle risorse energetiche del pianeta e degli esseri viventi. Ed è la proliferazione finanziaria che ha fisiologico bisogno di espandere il consumo ben oltre la necessità fisiologica e spirituale delle persone fino al totale inquinamento. Lo fa per ristabilire un rapporto minimamente credibile tra la sua crescita e quella delle merci e del mercato mondiale dei beni. Senza una corrispondente crescita di merci superflue, il processo economico manifesterebbe prima e più visibilmente le sue crepe, la sua insita assurdità. La crisi di sovrapproduzione giungerebbe ben prima dell’esplosione della bolla finanziaria. La finanziarizzazione portata agli estremi, ha dunque anche lo scopo di posticipare al massimo, nel tempo, l’evidenza delle crisi di sovrapproduzione. Non è un caso che essa agisce soprattutto nelle aree del pianeta a maggior tasso di sviluppo, ad alta intensità di ricchezza sociale, non nelle aree periferiche.

Quando la bolla finanziaria esplode, accade che non ci sia più alcuna evidenza di garanzia e di relazione tra "reale" e "finanziario", anzi, per coerenza con quanto abbiamo detto, tra "finanziario" e "reale". Il reale attuale, infatti, è stato prodotto dalla finanziarizzazione estetica - e non utilitaristica o strumental-funzionale - dei bisogni concreti. Il reale attuale è stato cioè costruito non da un fabbisogno presente, ma dal futuro. Meglio, dalla scommessa sul futuro, dalla manipolazione del futuro, o, se si preferisce, dall’ipoteca sul futuro. (E il futuro, con i suoi strumenti swap, futures, ecc. era in mano alla finanza.)

Quando esplode la grande bolla, non c’è più alcuna grandezza (fisica o ideologica) in grado di garantire il perpetuarsi della produzione reale, poichè salta uno dei termini del rapporto, quello creativo-estetico, e poiché il futuro stesso viene messo in forse. Il valore dell’ipoteca crolla.
La cancellazione del futuro in quanto termine di garanzia dell’attualità, è la ragione della crisi attuale.
La crisi è in un certo senso, l'irrompere della ragione, del real razionale, dentro il caos edificato dal neoliberismo. Quindi si piomba nel baratro della crisi epocale.

Ora, per sostenere la permanenza e il perpetuarsi della produzione reale ai livelli pre-crisi, cioè dell’occupazione, cioè dell’equilibrio di mercato, di domanda ed offerta di beni, dovrebbe darsi una grandezza sostitutiva dell’ invenzione estetico-finanziaria. Altrimenti, in modo inevitabile, il rapporto che è saltato fa saltare anche il “reale”, o ciò che chiamiamo economia reale.

Se il mercato (come è oggi ovvio) non provvede, dovrebbe provvedere lo Stato o la somma degli Stati dell’economia globalizzata, quali garanti sostitutivi della bolla finanziaria che inneggiava al futuro e quali entità mistiche che sostituiscono il mercato con il loro valore simbolico che si dipana nello spazio-tempo della dimensione sociale ed umana.

Possono essere fatti dei tentativi; gli sforzi si susseguono; ci prova Obama e gli altri pure.

Ma gli Stati della crisi rappresentano solo il combinato delle classi al potere nel momento storico dato. Un combinato che si è consolidato nei decenni precedenti, con le culture e le ideologie dei tempi precedenti. E tuttavia il loro valore simbolico essenziale potrebbe essere riconfermato solo dalla loro rapida capacità di rimodulare almeno un equilibrio di sussistenza dignitosa delle masse di ascoltatori, di osservatori, di consumatori, di lavoratori e disoccupati, di progetti di futuro che sono gli esseri umani.

Se gli Stati nell'epoca della crisi non agiscono - almeno - come garanti di un nuovo e diverso equilibrio sociale globale (non meramente nazional-protezionistico), ma invece continuano ad agire come tutori degli interessi delle classi edificate e strutturate globalmente, (le elites internazionali della globalizzazione) dalla bolla speculativa, finalizzando la loro azione all’ideologico “rilancio dello sviluppo” come lo abbiamo conosciuto, che cosa accadrà ?

La confusione e il disorientamento a cui si sta assistendo, fanno purtroppo registrare che, a meno di una illuminata e radicale, quanto improbabile varianza, gli stati, loro malgrado (concediamo il beneficio della buona volontà), gestiscono la crisi in funzione della salvaguardia e della riproduzione degli equilibri richiesti dalle classi dominanti globali, che sono tali in quanto sono state create ed hanno gestito la fase storica pre-crisi dello sviluppo finanziario. Sono queste classi ad aver determinato infatti la morfologia, la configurazione e le attitudini degli stati nei tempi della crescita. E ne è seguita una politica e un'amministrazione coerente di quella fase storica.

In questo caso, lo squilibrio che ne deriva farà sì che alla crisi finanziaria debba seguire una crisi non solo dell’economia reale (ciò sta già accadendo in modo evidente), ma anche sistemica e geopolitica. Interna ai singoli paesi e globale. Con diversi gradi di intensità e con diverse varianti da regione a regione, da paese a paese, da area ad area. Già molti segnali si susseguono: dalla California, alla Gran Bretagna, all’est europeo. Alcuni analisti francesi e tedeschi (come quelli del “Laboratorio Europeo di Anticipazione Politica”) descrivono queste dinamiche come quelle del “battello ebbro” di Rimbaud.

Per evitare che il prezzo della crisi venga pagato dalle classi subalterne, (le stesse che hanno pagato l’arricchimento pre-crisi a favore delle elites), ci vorrebbe uno strumento sostitutivo di garanzia, di pari entità e forza della ideologia pre-crisi, o di pari consistenza simbolica degli Stati amministrativi.

L’entità, (la quantità di garanzia), è di nuovo legata al futuro. Ha a che fare inevitabilmente con esso e con la sua lettura ed interpretazione. Poichè l'umanità singola o collettiva è, in quanto è affacciata per forza sul futuro. Le singole persone e le stesse comunità nazionali, altro non sono che un progetto gettato oltre il limite del presente, che consente al presente di essere, di esistere.

L’altra opzione, reazionaria e terribile, è invece legata ad una concezione identitaria del presente, costruita rigidamente ed ideologicamente su radici, tradizioni, religioni, ed altri pericolosi ammennicoli già visti e sperimentati.

Se gli stati fallissero, (e vedremo cosa accadrà al prossimo G-20 di Aprile, ultimo termine per edificare un nuovo sistema) questa garanzia complessiva può venire solo dalla integrazione di tutti i soggetti produttivi, e creativi, e cognitivi, oltre i confini territoriali e delle ideologie, attraverso modalità di assunzione diretta di responsabilità attuali e future. Non c'è purtroppo alcuna alternativa realistica di delega. Perchè la nuova rappresentanza è tutta da costruire. E nel frattempo, si sta parlando proprio del con-sum-o di noi stessi cioè delle per-son-e.

Se gli stati fallissero, solo i produttori, i lavoratori, possono salvarsi, attraverso strumenti di diretta assunzione dei rischi della crisi (qualcosa che assomigli ad una assicurazione globale o ad una globale cooperativa di garanzia). Chi, se non una colossale aggregazione di forze popolari internazionali può sostenere il crollo di attività finanziarie derivate, junk bond, titoli spazzatura, ecc., che valevano 25 volte l'"economia reale", la quale, a sua volta, si reggeva su di esse.

Poiché tali operazioni e prodotti finanziari avevano ipotecato il futuro, il loro crollo miserevole, libera in un certo senso, il futuro. Libera il tempo. Apre le opportunità.

I produttori possono determinare (è un loro indiscutibile diritto), la direzione della produzione e del consumo di ricchezza attuale accostandosi amichevolmente al futuro. Possono anche "alienare" a se stessi tutta la proprietà finanziaria e di capitali pre-crisi. Anzi è indispensabile che lo facciano, e si tratta essenzialmente, purtroppo, di assumere debiti, vincoli; e non meramente economici.

Il valore simbolico della liberazione del futuro dalle catene del neoliberismo consente la rideterminazione della produzione e del consumo verso orientamenti e direzioni compatibili con l’interesse generale delle persone (attuali e future) e del pianeta, con tempi compatibili con quelli del pianeta, come una madre terra che è titolare di ogni operazione di valorizzazione produttiva, energetica, o spirituale.

Alla mistica della velocità finanziaria va sostituita quella delle stagioni creative. Alla mistica della redditività dei titoli inventati da pochi, quella di una scommessa collettiva nella quale si vince insieme o si perde.

(E' in questo frangente che, riscattandosi da un ambito di tecnica amministrativa, può pienamente esprimersi la Politica. Insieme al futuro, anch'essa è stata liberata.)



Rodolfo Ricci
16 febbraio 2009


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