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CRISI: L’INVENZIONE DI MOREL
Inserito il 14 febbraio 2009 alle 15:55:44 da Rodolfo Ricci.

CRISI: L’INVENZIONE DI MOREL
di Rodolfo Ricci

1.
La crisi avanza e non si arresta. Crisi di un modello, di un meccanismo, di un’estetica. Crisi storica, epocale. La crisi avanza perché il gioco si è inceppato: il gioco consisteva nella produzione di danaro a mezzo di promesse. Catena di Sant’Antonio, alcuni sostengono. Gli ultimi della catena rimangono con il cerino in mano.
In molti si chiedevano: come fanno a comprarsi queste case, queste ville, a viaggiare con gli enormi SUV dentro le strette strade delle città ? A mantenere questo tenore di vita?
Indebitamento diffuso e collettivo. Ma se tutti ci credono, il modello regge.
Se tutti credono al consumo come condizione dell’essere, se l’essere (l’esser-ci di Heidegger) consiste in essere consumante e consumato, il sistema regge.

Per stabilizzare l’essere consumante come soggetto centrale del processo economico sono state poste in essere alcune strategie:
a)- Lo status symbol è il consumo; non più il sapere, né tantomeno, il reddito acquisito attraverso il produrre materiale o intellettuale.
b)- Il reddito non è più costituito dal salario o dallo stipendio e neanche dal profitto generico dell’imprenditore-produttore, ma dalla rendita finanziaria da una parte e dalla possibilità di indebitamento per il consumo dall’altra.

In altre parole, “sei” (nel senso di essere) solo se sei in grado di consumare; e sei in grado di consumare solo se disponi di rendita oppure se sei un soggetto credibile per i creditori, cioè possiedi le condizioni per indebitarti.

La trasformazione degli uomini e delle donne da soggetti produttori a soggetti consumanti è ciò che è avvenuto negli ultimi 40 anni in risposta alle pretese e alle rivendicazioni popolari di maggiore disponibilità di reddito in proporzione della capacità e della titolarità del produrre.

Sembrerebbe una mutazione da poco, ma invece è strutturale: il produttore è un soggetto attivo, il consumatore è passivo. Il produttore pro-duce, realizza qualcosa per qualcosa, c’è un telos, una finalità nella sua azione. Il consumatore è un soggetto passivo (un oggetto) allo stesso tempo consumato, usato.

In cambio di maggior reddito (che non ti darò), ti concedo maggiori opportunità di consumo. La cosa di per sé non incontra particolari resistenze poiché alla fine, il reddito mi serve per consumare.
Ma te lo do attraverso il credito (con la particolarissima e connessa formula dell’interesse); a breve termine non cambia. A medio e lungo termine ti avrò estorto una quantità di reddito che neanche te lo immagini! Tu consumi oggi, ma sei mio per il futuro!

Questo surplus che ti estorco (perché, ad differenza del salario, non è tuo, ma è mio che te lo presto), è ciò che mi serve per costruire l’impalcatura del neoliberismo globale: attraverso il credito al tuo consumo, costruisco le condizioni per la proliferazione della liquidità che occorre al sistema per ampliare il mio obiettivo: costruire un dominio planetario sui consumatori-debitori.

I debitori della prima ora finanziano attraverso i loro interessi, i consumatori-debitori della seconda ora, e così via.

In questo modo ho raggiunto i miei obiettivi: il mio credito iniziale ha creato debitori di prima, seconda, terza, ecc., n-generazione i quali a loro volta con gli interessi che pagano finanzieranno la produzione di altrettanti consumatori-debitori, e così via all’infinito.

Ma ecco il problema: improvvisamente (si fa per dire), una parte dei consumatori-debitori, comincia a manifestare bio-logiche difficoltà non a rientrare del debito contratto, ma addirittura a pagare le rate del lungo debito che hanno contratto.

Per un motivo essenziale: la loro capacità di assolvere all’impegno deriva dalla loro capacità di essere produttori (e quindi percettori di reddito adeguato). Non di essere consumatori!
Se il vortice della produzione globale vale 1, il vortice dell’indebitamento globale (derivati) vale 20.
Ovvio, che entro un breve lasso di tempo (20/30 anni, appunto) il sistema va in tilt.

Questo è accaduto.
Cosa accade ora?

Tornare alla proporzione aurea della produzione? In questo caso, tanto per capirci, si ritorna agli anni 60-70.
Limitare la proliferazione del debito? Possibile, ma in questo caso significa solo innescare di nuovo un meccanismo che a breve riprodurrebbe gli stessi effetti.
In entrambi i casi i processi di globalizzazione e di internazionalizzazione economica ne verrebbero drasticamente ridotti. Infatti, ciò che occorre per sostenere la globalizzazione è la cosiddetta liquidità finanziaria, vale a dire la disponibilità di grandi somme di denaro da utilizzare nell’ampliamento dei mercati.

L’empasse è qui. Dobbiamo decidere. O rinunciamo alla globalizzazione, oppure no, e quindi continuiamo a creare la liquidità che serve.

Già si rincorrono le ricette: quella etica delle regole, quella del pontefice tedesco che mira a riportare tutto nell’ambito di una teoria del valore che non ammette valute di misura (contro il relativismo etico e contro il relativismo monetario), l’unica moneta stabile è la nostra…“venite a noi, che battiamo una valuta non svalutabile”!
Quelle intermedie spurie e confuse, dettate da lobbies intermedie e dalle tante bande che attraversano il globo speculando ognuna a modo loro e secondo i loro particolari interessi corporativi, sulla catastrofe di tutti.

(Ma dove sta l’etica in queste questioni? Un modello può possedere un’etica? Per quale particolare ragione, se, al modello aggiungiamo un surplus di etica, esso dovrebbe funzionare a dovere?)

Qui c’è un intoppo. Qualcosa non quadra.

Riflettendoci, ma ci sarebbe da investire un po’ più di tempo per precisare meglio il concetto, propenderei per una nuova proliferazione di titoli, future e swaps.
Per una produzione di derivati su tutto però, non solo su alcune opzioni decise da pochi, ma davvero, su tutto.

Diciamo così: C’è una urgenza di liquidità da recuperare; la somma dei derivati delle infinite possibilità degli oggetti, dei soggetti e delle loro infinite possibili relazioni, è l’universo. Non limiterei i derivati ad una limitata casistica imposta alla City o a Wall Street, o altrove (riguardante petrolio, canna da zucchero, gli immobili, la variazione delle valute o gli altri più grotteschi oggetti della speculazione).

Ne amplierei la diffusione fino alle opportunità di cui è detentore il bambino nato ieri alla periferia di Lagos, oppure, l’ombra soffusa prodotta dai rami del palo borracho sulle rive del porto fluviale di granaglie a Rosario, sul Paranà, ai margini della Pampa che sfama centinaia di milioni di persone in Asia.

Meno prosaicamente, sarei per porre a contrattazione nei luoghi della lotteria universale, ogni gesto o movimento o cambiamento di stato, (umano, animale o vegetale, ma anche le pietre devono avere una recondita funzione) che nel corso di un attimo viene prodotto sul pianeta, poiché è evidente a tutti che ogni cosa sul pianeta, olisticamente, occorre a qualcosa, come il battito della nota farfalla che induce effetti, quindi potenziali titoli contrattabili, scambiabili, scommettibili.

La mappa infinita di scommesse coprirebbe il globo e produrrebbe liquidità notevole, senza il rischio che solo alcuni ne detengano la emittibilità o se ne approprino (condizione tipica della scarsezza di risorse in cui ci vogliono immersi). Infinita liquidità per investimenti incommensurabili, pari alla somma delle somme delle intelligenze vitali o biodinamiche.

Che c’entra la proprietà in questo fantasioso scenario? Naturalmente nulla. E l’etica e le regole ? Altrettanto.


CRISI: L’INVENZIONE DI MOREL

2.
Attenzione all’etica e alle regole, verrebbe da dire: sono sempre di qualcuno, non di tutti. Attenzione all’inquinamento comunicativo-mediatico. “Prima c’erano certe regole, ora abbiamo bisogno di altre regole.”
Le regole, di solito servono ad un banco di gioco. Parlare di regole vuol dire lasciare intatto il banco, e questo pone un problema: Abbiamo bisogno di nuove regole o di un nuovo banco di gioco? Abbiamo bisogno di un nuove variabili o di un nuovo modello? Abbiamo bisogno di nuovi giocatori?


AL LETTORE INCONGNITO E (lo vedo) PERPLESSAMENTE ATTONITO

Non potrei scriverti e non potresti leggermi senza derivati. La New Economy, come sai, le fibre ottiche e la banda larga, sono state possibili grazie ai derivati. (Io, come te, sono un privilegiato.)

Non puoi infatti (non posso) comunicare col bambino nato alla periferia di Lagos 18 anni fa. Né lui con te. (Ancor meno col quel ramo d’albero sul porto fluviale citato). E’ una mancanza ed una crepa nel sistema di valorizzazione delle umanità. Il meccanismo delle scommesse lo ha tagliato fuori. Perché il banco, come sai, viene gestito qui e solo qui.
La definizione e concentrazione dei luoghi di contrattazione è il modo in cui hanno gestito ed escluso lui da te e te da lui. In qualche modo, sei stato privato di una relazione essenziale. E ne sei stato complice, volendo, o tuo malgrado.

(Lui ora viene a cercarti utilizzando non le reti, ma le barche attraverso l’antico Mediterraneo o lungo perigliosi cabotaggi della costa dell’Africa Occidentale. Entrerà a Gibraltar, se ci riesce, e lungo il Mediterraneo sbarcherà da qualche parte. Lo conoscerai.)

Come alcuni hanno sostenuto, il capitale è il leviatano che ha compreso (da secoli) le opportunità di valorizzazione. Sa che sono infinite (per natura), ed è proprio per questo che, per sussistere, deve renderle “finite”, limitate. Sa che tutto (compreso se stesso) dipende dal lavoro manuale ed intellettuale degli umani e della natura, ma si dà da fare per convincerti della sua ineluttabilità. Se ci riesce il modello regge.

Ma siccome tu pian piano comprendi, deve alzare la posta. Il Neoliberismo, quella sua particolare forma che ha assunto negli ultimi decenni, ha alzato la posta perché tu diventavi sempre più intelligente. Così ti convinceva che il problema non era il salario, ma ciò che potevi consumare, e ti prestava ciò che all’uopo ti occorreva.

E per molti versi aveva ragione. Riusciva a convincerti. Che ti interessa a te, se avei meno salario, ma potevi espletare tutto la tua innata (o mediata) aspirazione alla consunzione, al consumo?
Il debito? Non preoccuparti, lo ricontrattiamo, lo allunghiamo nel tempo, verso un asintoto, così supera le generazioni e si dissolve. Non è più debito. Non c’è più.

Il problema a cui non ha pensato in modo opportuno è la redazione dei bilanci. Il diritto. Essi sono composti e leggibili e accettabili, con variabili temporali e spaziali connaturati alla durata media della vita umana. Non troppo procrastinabili. E poi il diritto compendia ancora soggettività, identità, non subalternità consumanti. Nella costituzione americana questo è un vincolo insormontabile. (In Italia, a parità di condizioni, lo avremmo già trasformato.Forse avremmo evitato la crisi. Con un moderno basso impero.)

Così come era un problema la natura proprietaria di titoli e la soggettività delle transazioni. La riscuotibilità delle promesse. Tutti concetti molto limitati rispetto alla proliferazione illimitata e anonima delle opportunità che stava creando. Come conciliare un sistema di soggettività, di identità, rispetto ad un concreto corpus moltitudinis fatto di oggetti consumanti ?

Sarebe stato molto più funzionale, oltreché bello, disporre di un nuovo Diritto, fatto di non-identità, di in-soggettività. Ma purtroppo, solo la garanzia della permanenza del soggetto garantisce il pagamento degli interessi, solo la permanenza dell’identità singolare, solo la possibilità di determinare nomi nelle poste del bilancio patrimoniale garantisce la permanenza del capitale.

Per questo c’è il CRACK. O se preferite, Game Over. Il modello ha incontrato la sua funzione circolare. Irrisolvibile. Si è avvitato. Come nell’89, l’esplosione di soggettività fece crollare il muro, oggi la constatazione della irriducibilità del soggetto ad oggetto (o, se volete, il contrario) fa crollare la funzione capitalistica.

Tuttavia, accanto alla registrazione del default funzionale, dobbiamo porci un’altra domanda: se tutto è convenzionale, modello estetico complesso e strutturale, perché la comunicazione, con tutti i mezzi di cui dispone, non riesce ad evitare l’interruzione?

Io penso che anche questo gioco sia guidato. Per evitare l’emergenza (visibilità) della soluzione, è preferibile interromperne l’avanzamento. Che altrimenti avrebbe potuto segnalare che senza soggettività non c’è neanche proprietà, titolarità del credito e del debito. E’ già accaduto. Può ancora accadere.

D’altra parte, se il debito non fosse da reclamare a chicchessia, se è ricontrattabile, se è posticipabile, se è variabile per definizione, come ci dicono, se proprio in forza di ciò è gestibile e relativizzabile, non è che forse non esiste? (Non conviene allora, per caso, -avrà pensato il Leviatano- ricominciare da zero, reset, come nel 1929 ?)

Forse, che Dio, non esiste?

“Lo vidi, la faccia spaccata
sui coltelli: gli scisti.
Ah, mio dio. Mio Dio.
perché non esisti?”


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